
Perché un ragazzo su due si è già confidato con l’intelligenza artificiale
Un chatbot non giudica e risponde a qualunque ora, per questo tanti ragazzi gli raccontano quello che a casa non dicono. Quello che cercano, però, è qualcuno che li ascolti, e quel qualcuno puoi essere tu.
Capita in tante case: dopo cena la porta della camera si chiude, e dall’altra parte ci sono solo un ragazzo e il suo telefono. Una madre, nei commenti a un post per genitori su Facebook, ha raccontato che la figlia passa il pomeriggio al telefono e «va a dormire a mezzanotte inoltrata». Oggi, in quelle ore, chi sta dall’altra parte della porta può anche scrivere a un programma che gli risponde come una persona, e raccontargli quello che in famiglia tiene per sé.
Questi programmi si chiamano chatbot (i più noti sono ChatGPT, Gemini e Meta AI, che c’è anche dentro WhatsApp) e i ragazzi li usano soprattutto per la scuola. Molti, però, ci parlano anche di amicizie, di litigi, di paure, del corpo che cambia. Secondo un’indagine presentata in Senato a settembre, fra medie e superiori uno studente su due l’ha fatto almeno una volta.
Se l’hai scoperto per caso è facile spaventarsi. In questa guida trovi perché lo fanno, che cosa rischiano e soprattutto che cosa puoi fare tu, senza spegnere tutto e senza far finta di niente.
Quanti ragazzi si confidano con un chatbot
Il dato più recente viene da INDIRE, l’istituto pubblico che fa ricerca sulla scuola. A settembre ha presentato in Senato un’indagine su più di cinquemila studenti delle medie e delle superiori: più di 8 su 10 usano l’intelligenza artificiale per la scuola, e uno su due l’ha usata almeno una volta per confidarsi, per sfogarsi o per capire meglio un problema suo.
A febbraio Generazioni Connesse, il centro per la sicurezza in rete coordinato dal Ministero dell’Istruzione, aveva intervistato più di 1.600 studenti: uno su quattro dice di usare i chatbot per parlare e confidarsi, soprattutto quando è giù di morale.
Non sono casi isolati. Uno su due ci ha provato almeno una volta, uno su quattro dice di farlo soprattutto quando è giù di morale, e secondo INDIRE succede più spesso fra i più piccoli e fra le ragazze. Il primo numero è più alto perché conta anche chi l’ha fatto una volta sola.
Perché tuo figlio racconta a un chatbot quello che a casa non dice
I ragazzi lo spiegano da soli. Nell’indagine di Generazioni Connesse quasi 2 su 3 dicono che con l’intelligenza artificiale si può dire tutto senza vergognarsi, e più di uno su due che lì non ci si sente giudicati. Il chatbot risponde a mezzanotte come alle sei del mattino, non ha fretta, non storce il naso e non va a raccontarlo in classe.
A dodici o quattordici anni il giudizio degli adulti conta parecchio, e a volte basta la paura di deludere per tenersi tutto dentro. Quello che un ragazzo cerca, però, è qualcuno che lo ascolti senza fargli pesare quello che dice. La macchina è soltanto la scorciatoia più a portata di mano, e sotto resta il bisogno di una persona.
Cosa rischia chi si confida con un chatbot
Per la scuola l’intelligenza artificiale può essere utile. Quando prende il posto di un confidente, però, i rischi sono quattro.
- Le risposte possono essere sbagliate o fuori luogo. Un chatbot parla con lo stesso tono sicuro quando ha ragione e quando sbaglia. In un’indagine americana di Common Sense Media su ragazzi fra i 9 e i 17 anni, quasi uno su cinque fra quelli che usano i chatbot ha ricevuto risposte che gli sembravano non adatte alla sua età, e di questi solo uno su tre l’ha detto a un adulto di fiducia.
- Può diventare difficile farne a meno. Secondo la stessa indagine, fra i ragazzi che usano l’intelligenza artificiale ogni giorno 4 su 10 dicono che farebbero fatica a stare un mese senza.
- Quello che racconta resta all’azienda. Le cose che un ragazzo scrive di sé e degli amici vengono salvate dall’azienda che gestisce il chatbot. A luglio il Garante della privacy ha multato per 158.000 euro la società di Character.AI, un servizio dove si chatta con personaggi inventati, perché non spiegava bene come usava i dati e non proteggeva abbastanza i minori; le ha anche ordinato di controllare davvero l’età di chi lo usa.
- Si perde l’abitudine a parlare con le persone. Un chatbot non si offende, non si stanca e tende a darti ragione; un amico o un genitore no, ed è proprio con loro che si impara a farsi capire, a incassare un no e a fare pace dopo un litigio. Fra i ragazzi che hanno parlato dei propri sentimenti con l’intelligenza artificiale, dice Common Sense Media, uno su quattro a volte ha la sensazione che la macchina lo capisca meglio della maggior parte delle persone.
Nessuno di questi rischi si risolve spegnendo tutto. Serve un adulto che sappia come tuo figlio usa questi strumenti, e il modo più semplice per saperlo è chiederglielo.
Come chiederglielo senza chiudere la porta
Il modo in cui glielo chiedi conta quanto la risposta. Se la domanda suona come un interrogatorio, impara soltanto a nasconderlo meglio. Conviene partire dalla curiosità, magari raccontandogli come usi tu l’intelligenza artificiale.
Prova con una domanda aperta. Scegli un momento tranquillo, mai a caldo dopo una lite. «Per cosa la usi, l’intelligenza artificiale? Ti è mai capitato di chiederle un consiglio su qualcosa di tuo?» Se ti racconta qualcosa, ascolta fino in fondo prima di commentare. Se ha chiesto un consiglio su un’amica o su un litigio, fatti dire che cosa gli ha risposto il chatbot e se gli è sembrato giusto.
In tante famiglie, però, questa chiacchierata non c’è mai stata. Negli Stati Uniti, secondo Common Sense Media, quasi un ragazzo su due non ha mai parlato con un genitore di come usare l’intelligenza artificiale senza correre rischi.
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Perché a casa tua non vada così basta una conversazione, e per farla non serve essere esperti di tecnologia.
Poche regole chiare valgono più di un divieto
Come per il telefono, le regole reggono meglio quando si decidono insieme (ne parliamo nella guida su come staccare tuo figlio dal telefono). Per l’intelligenza artificiale ne bastano poche.
- Sotto i 14 anni si sceglie insieme. La legge chiede il tuo consenso, quindi è l’occasione per decidere con lui quali strumenti usare e per fare cosa, invece di scoprirlo dopo.
- I dati restano fuori dalla chat. Niente nome e cognome, indirizzo, scuola, foto proprie o degli amici: con un chatbot vale la stessa prudenza che si usa con uno sconosciuto.
- Per la salute si chiede a una persona. Se c’è un dolore, un disturbo che non passa o un pensiero che non va via, se ne parla con un genitore, col medico, con qualcuno di cui ci si fida.
- Le impostazioni dell’app aiutano. WhatsApp, per esempio, quest’anno ha introdotto dei controlli per i genitori sugli account dei ragazzi fra i 13 e i 17 anni, con cui si può limitare anche Meta AI; arrivano un po’ alla volta, paese per paese.
- Se legge qualcosa di strano, te lo dice. Mettetelo in chiaro prima: se un chatbot gli scrive qualcosa che lo fa sentire a disagio, raccontartelo non lo mette nei guai.
Cosa puoi fare perché si confidi con te
Le regole aiutano, ma non cambiano il motivo per cui un ragazzo si confida con un chatbot. Se lo fa perché lì non si vergogna, la cosa più utile che puoi fare è diventare, un po’ alla volta, una persona con cui si vergogna meno.
In pratica vuol dire accogliere con calma le cose piccole che ti racconta, perché è da come reagisci a quelle che un figlio capisce se può raccontarti anche le grandi. E vuol dire lasciare che una conversazione resti a metà, senza fare subito la morale. Se poi negli ultimi mesi ti sembra che racconti sempre meno della sua giornata, vale la pena tenerlo d’occhio: è uno dei cinque segnali che tuo figlio passa troppo tempo davanti allo schermo.
Nessun genitore può esserci a ogni ora come un chatbot, e non serve. Conta che tuo figlio abbia almeno una persona vera che lo ascolta senza fargli pesare quello che dice: un genitore, un nonno, un insegnante, un allenatore. E servono momenti in cui parlarci a voce, senza uno schermo in mezzo: una cena senza telefoni, un viaggio in macchina, una giornata fuori.
Domande frequenti su ragazzi e chatbot
Da che età si può usare ChatGPT?
Per OpenAI, l’azienda che fa ChatGPT, servono almeno 13 anni, o di più se la legge del paese lo chiede, e fino ai 18 anni ci vuole il permesso di un genitore.
In Italia la legge chiede il consenso dei genitori sotto i 14 anni. Per ChatGPT, però, la regola di OpenAI è più severa, quindi fino alla maggiore età serve comunque il tuo permesso.
Si possono leggere le chat di un figlio con ChatGPT?
No. Con i controlli per i genitori di ChatGPT puoi collegare il tuo account a quello di tuo figlio, ridurre i contenuti non adatti alla sua età e scegliere degli orari in cui l’app non si può usare, ma le sue conversazioni non le vedi.
Solo in pochi casi gravi, quando il personale incaricato riconosce un rischio serio per la sua sicurezza, ricevi un avviso. Per sapere che cosa scrive in quelle chat, quindi, l’unica strada è parlarne con lui.
Cosa facciamo noi del Camp ComeUnaVolta
Fra le persone che possono ascoltare un ragazzo ci sono anche quelle che incontra fuori casa, in un posto dove il chatbot non c’è. Dal 2012 organizziamo camp senza telefono per bambini e ragazzi dai 7 ai 15 anni, d’estate e sulla neve. Chi ha il telefono lo consegna agli animatori il primo giorno e lo riprende alla partenza, così per tutto il turno restano fuori social, chat e videogiochi, e con loro anche i chatbot.
In quei giorni, se c’è qualcosa da dire, lo si dice a una persona: al compagno di camera, a un amico conosciuto fra una discesa in slittino e l’altra, a uno degli animatori. Gli animatori sono tutti maggiorenni, uno ogni 15 ragazzi al massimo, e stanno con loro dalla colazione alla buonanotte.
Non sappiamo che cosa racconterà tuo figlio, né a chi. Sappiamo che per qualche giorno, dall’altra parte, ci sarà una persona che gli risponderà a voce, guardandolo in faccia.
Qualche giorno in cui ci si parla a voce
Sei turni di quattro o cinque giorni, da dicembre a marzo, all’Hotel Bucaneve di Tonezza del Cimone, senza schermi e fra sci, bob, battaglie a palle di neve e falò. Ogni sera i ragazzi chiamano casa dal telefono degli animatori. Nella pagina del Camp sulla Neve trovi la giornata tipo e le date dei turni.
Scopri il Camp sulla NeveCamp ComeUnaVolta
Ricordi connessi al cuore, non al Wi-Fi.
Fonti
- INDIRE e Festival dell’Innovazione Scolastica, indagine «Io e l’Intelligenza Artificiale» su 5.342 studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado, presentata in Senato il 14 settembre 2026; ripresa da Il Sole 24 Ore e NewsIstruzione (15 settembre 2026). Il rapporto completo non è pubblicato online.
- Generazioni Connesse (Safer Internet Centre italiano, coordinato dal Ministero dell’Istruzione e del Merito) con Skuola.net, Università di Firenze e Sapienza Università di Roma, indagine su 1.630 studenti delle scuole secondarie presentata al Safer Internet Day del 10 febbraio 2026; ripresa da Orizzonte Scuola (10 febbraio 2026).
- Common Sense Media, «The Common Sense Census: AI Use by Tweens and Teens», 8 giugno 2026, sondaggio SSRS su 1.204 ragazzi di 9-17 anni negli Stati Uniti, raccolto dal 18 al 26 marzo 2026.
- Legge 23 settembre 2025, n. 132, «Disposizioni e deleghe al Governo in materia di intelligenza artificiale», articolo 4, Gazzetta Ufficiale n. 223 del 25 settembre 2025.
- Garante per la protezione dei dati personali, comunicato del 9 luglio 2026 sul provvedimento del 3 luglio 2026 nei confronti di Character Technologies Inc.
- OpenAI, Europe Terms of Use, sezione «Minimum age», consultata il 12 ottobre 2026.
- OpenAI Help Center, «Managing parental controls in ChatGPT», consultata il 12 ottobre 2026.
- WhatsApp, pagina ufficiale sui controlli dei genitori per gli account dei ragazzi, consultata il 12 ottobre 2026.
- Commenti pubblici di genitori in gruppi Facebook (2026), riportati in forma anonima.


