Un ragazzo di 12 anni con lo zaino in spalla, da solo e pensieroso nel cortile della scuola, mentre dietro di lui i compagni chiacchierano a gruppetti
Crescere

Mio figlio non ha amici? Come capire se soffre e come aiutarlo

Come distinguere un figlio riservato che sta bene da uno che si sente solo, quanto c’entrano gli schermi e come aiutarlo senza metterlo in imbarazzo.

Camp ComeUnaVolta·Pubblicato il ·10 min di lettura

Passa i pomeriggi in camera. Nessuno citofona per farlo scendere, e quando gli chiedi dei compagni nuovi alza le spalle. Gli amici che nomina, se ne nomina, sono quelli di una chat o di un videogioco.

Se guardandolo ti è venuta una stretta al cuore, sei in buona compagnia. In un gruppo di genitori su Facebook una madre ha scritto della figlia dodicenne: «Mi si stringe il cuore a vederla sempre sola». Un’altra, parlando del figlio di quattordici anni: «tutti hanno già un gruppo in cui lui non riesce ad entrare». E la domanda che viene subito dopo è sempre la stessa: è normale o devo preoccuparmi?

Avere pochi amici non vuol dire sentirsi solo

Avere pochi amici, di per sé, non è un problema: lo diventa quando tuo figlio o tua figlia vorrebbe più compagnia e non riesce a trovarla. E i numeri, per cominciare, sono rassicuranti. L’ISTAT ha raccolto le risposte di oltre 39.000 ragazzi fra gli 11 e i 19 anni, e la maggior parte di loro un amico vero ce l’ha.

86,3%

dei ragazzi fra gli 11 e i 19 anni ha un amico con cui confidarsi (ISTAT)

Il 72,5% passa il tempo libero con gli amici almeno qualche volta a settimana. Il 13,2%, però, dice di vedere gli amici raramente o di non vederli affatto, e in una classe di venticinque sono più o meno tre ragazzi. Ci sono poi ragazzi che stanno bene con un amico solo e pochi pomeriggi di compagnia, e il resto del tempo lo riempiono volentieri di libri, musica, sport. È il loro carattere, e merita rispetto. Per capire come sta tuo figlio, quindi, conviene guardare come passa le giornate più che contare gli amici.

Quali segnali distinguono un ragazzo riservato da uno che soffre

Il figlio riservato che sta bene di solito ha giornate regolari. Dorme e mangia come sempre, va a scuola senza drammi, coltiva le sue passioni e, quando c’è da uscire con gli altri, ci va senza troppa ansia. Magari torna da una festa dopo un’ora, ma torna sereno.

Il figlio che si sente solo, invece, manda segnali diversi. Parla degli altri con amarezza, racconta di gruppi da cui resta fuori, ti chiede perché non lo invitano. Una madre ha raccontato della figlia, esclusa da un secondo gruppo WhatsApp in cui le compagne organizzavano le uscite: «È disperata, continua a chiedermi perché lei è sbagliata». Il segnale a cui fare caso è che tuo figlio vorrebbe stare con gli altri e sente di non riuscirci.

Alcuni segnali, poi, vanno presi più sul serio, soprattutto quando sono un cambiamento rispetto a prima. Gli specialisti dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma mettono fra i campanelli d’allarme il ritiro sociale, l’irritabilità, le difficoltà a dormire e la perdita di interesse per le cose che prima gli piacevano, e invitano a chiedere aiuto quando questi comportamenti durano settimane o mesi. Se tuo figlio si chiude più di prima e smette di fare anche le cose che gli piacevano, parlane con il pediatra: è la persona giusta da cui partire e saprà dirti se è il caso di sentire uno specialista.

La chat accompagna l’amicizia o la sostituisce?

Il primo sospettato sono gli schermi, e non sempre a ragione. Secondo la stessa indagine ISTAT, quasi un ragazzo su due, il 48,7%, sente gli amici online o al telefono più volte al giorno, e per molti la chat è il filo che tiene insieme le amicizie fra un incontro e l’altro.

La domanda utile allora è un’altra: le persone a cui tuo figlio scrive, le vede anche dal vivo? Se scrive agli stessi ragazzi che vede a scuola, al campetto o in palestra, la chat accompagna l’amicizia. Se invece sono gli unici che sente, lo schermo ha preso il posto degli amici in carne e ossa. Una madre ha descritto così il figlio quattordicenne: «passa la maggior parte del tempo in camera sua con il cellulare o con la play».

Uno studio del CNR, presentato a fine settembre 2026, aiuta a vedere la differenza. Le ricercatrici hanno chiesto a 234 bambini del Lazio, fra i 5 e i 10 anni, come si sentono nei diversi momenti della giornata.

Si dice felice quando gioca

All’aperto con gli amici90,4%

Da solo in casa coi dispositivi56,7%

Fonte: Renzi e Notte, CNR-ISTC, 2026. 234 bambini di 5-10 anni del Lazio

Il campione è piccolo, i bambini sono più giovani dei ragazzi delle medie e lo studio mostra solo un legame fra le due cose; la conclusione delle autrici, però, è netta: «La tecnologia non sostituisce il valore delle relazioni tra pari e del gioco libero». Quando la chat è l’unico posto in cui tuo figlio incontra gli altri, conviene trovargli occasioni per vederli dal vivo prima ancora di togliergli il telefono. Se poi vuoi ridurre il tempo che passa sullo schermo senza litigare, trovi una guida su come staccare tuo figlio dal telefono; se invece a tenerlo in camera è soprattutto la console, c’è quella su cosa fare se tuo figlio sembra dipendente dai videogiochi.

Perché in una classe nuova è così difficile inserirsi

C’è una frase che spiega bene che cosa manca a tanti ragazzi.

Mamma ti invidio per l’ epoca in cui hai vissuto la mia età...scendevate tutti a giocare.

Una dodicenne alla madre, che l’ha raccontato in un gruppo di genitori su Facebook

A quella ragazzina manca un posto dove gli altri ci sono già, senza bisogno di andarli a cercare. Resta la scuola, e nei primi mesi delle medie o delle superiori i gruppi si formano in fretta. Chi è timido, chi arriva da un’altra scuola o chi non è nella chat giusta rischia di restare fuori, e dopo fa fatica a recuperare, perché ogni giorno ritrova le stesse persone e lo stesso ruolo che gli hanno dato all’inizio.

In un sondaggio fatto nel 2024 dall’ospedale pediatrico C.S. Mott dell’Università del Michigan, 1.031 genitori americani di bambini fra i 6 e i 12 anni hanno indicato cosa ostacola di più le amicizie dei figli: la timidezza, la mancanza di tempo, i gruppi già formati e i pochi posti dove ritrovarsi. In Italia la Garante per l’infanzia e l’adolescenza, presentando la Relazione al Parlamento il 30 settembre 2026, ha parlato di una «povertà relazionale» crescente e ha osservato che la vita sempre più digitale ha tolto spazio allo stare insieme di persona. Spesso a un ragazzo mancano le occasioni più che la capacità di fare amicizia, e sulle occasioni un genitore può fare parecchio.

Cosa provare a casa e fuori

Funzionano meglio i piccoli passi, ripetuti nel tempo, che mettono tuo figlio vicino ad altri ragazzi senza costringerlo a niente.

  • Un’attività di gruppo che gli piaccia davvero. Lo sport, il coro, gli scout, il teatro. Anche il rapporto del Mott la suggerisce ai bambini timidi, in un piccolo gruppo: si sta con i coetanei senza l’obbligo di fare amicizia.
  • Un gruppo fuori dalla classe. In un posto dove nessuno lo conosce, l’etichetta che si porta dietro a scuola non conta.
  • Una casa aperta. Invitare un compagno per una pizza fatta insieme o per un gioco da tavolo, poi farsi da parte e lasciare che se la cavino da soli.
  • Una rete di genitori. Conoscere le famiglie dei compagni rende più facile organizzare un’uscita o un passaggio in macchina. Come ha scritto un genitore sotto un reel su Instagram: «Con una comunità intorno è più facile».

Può aiutare anche passare qualche giorno lontano da casa insieme a ragazzi che non conosce, che sia un campo scout, una vacanza di gruppo o un camp. Se il distacco ti preoccupa, trovi qualche consiglio nella guida sulla prima vacanza senza genitori.

Come parlarne senza metterlo in imbarazzo

Una domanda diretta come «ma tu non hai amici?» rischia di suonare come un giudizio, e un ragazzo che si sente solo spesso se ne vergogna già. Funziona meglio una domanda su una cosa concreta: chi gli sta simpatico nella classe nuova, con chi gioca online. E se da un po’ alla domanda «com’è andata a scuola?» risponde solo «bene», trovi qualche idea su cosa può esserci dietro quando un figlio racconta sempre meno della sua giornata.

I discorsi importanti nascono più facilmente mentre si fa altro, in macchina o ai fornelli, quando nessuno deve guardare l’altro negli occhi. Se tuo figlio si apre, ascoltalo, senza correre subito a cercare una soluzione: per imparare a stare con gli altri ci vogliono anni, e ci si arriva anche sbagliando. Alla presentazione della Relazione è stata letta una lettera dei ragazzi della Consulta della Garante per l’infanzia, che chiedono proprio questo: «Vorremmo la presenza emotiva e fisica nei momenti importanti della vita».

Domande frequenti sui figli senza amici

È normale che un ragazzo abbia pochi amici?

Sì, se sta bene. Secondo l’ISTAT l’86,3 per cento dei ragazzi fra gli 11 e i 19 anni ha un amico con cui confidarsi, mentre il 13,2 per cento vede gli amici raramente o mai.

Avere pochi amici diventa un problema quando tuo figlio vorrebbe più compagnia e non riesce a trovarla, oppure quando smette di fare anche le cose che gli piacevano.

Quando bisogna preoccuparsi se un figlio sta sempre da solo?

Quando è un cambiamento rispetto a prima. Gli specialisti dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù mettono fra i campanelli d’allarme il ritiro sociale, l’irritabilità, le difficoltà a dormire e la perdita di interesse per le cose che prima gli piacevano, e consigliano di chiedere aiuto quando durano settimane o mesi.

Il primo riferimento è il pediatra, che saprà dirti se è il caso di sentire uno specialista.

Come aiutare un figlio timido a fare amicizia?

Più che spingerlo, conviene creargli occasioni. Un’attività in piccolo gruppo che gli piaccia, come suggeriscono i curatori del sondaggio del C.S. Mott Children’s Hospital, gli permette di stare con i coetanei senza l’obbligo di fare amicizia.

Aiutano anche un gruppo fuori dalla classe, dove nessuno lo conosce, e un compagno invitato a casa per un pomeriggio. Poi conviene farsi da parte e lasciare che se la cavino da soli.

Cosa facciamo noi del Camp ComeUnaVolta

Un gruppo fuori dalla classe, dove nessuno conosce l’etichetta che tuo figlio si porta dietro, è proprio quello che troverebbe da noi. Ci occupiamo di vacanze senza telefono dal 2012 e ogni inverno organizziamo il Camp sulla Neve all’Hotel Bucaneve di Tonezza del Cimone, in provincia di Vicenza, per bambini e ragazzi dai 7 ai 15 anni. Arrivano da città e regioni diverse, quindi in un gruppo così i ruoli sono ancora tutti da decidere.

Il primo giorno chi ha il telefono lo consegna agli animatori e lo riprende solo alla partenza, così per tutto il turno nessuno ha uno schermo dietro cui nascondersi quando non sa con chi stare. Le giornate si riempiono di cose da fare insieme: le lezioni di sci con i maestri FISI, il bob e lo slittino, il corso di equitazione, le battaglie a palle di neve, il falò con la cioccolata calda.

Due ragazzi del Camp sulla Neve a cavallo in un recinto innevato, con gli istruttori accanto ai cavalli
In sella durante il corso di equitazione.

Quattro o cinque giorni non bastano a cambiare un carattere, e un’amicizia nessuno può garantirla. Però tuo figlio si ritroverebbe in un posto dove stare con gli altri è la cosa più normale del mondo. Sara F., mamma di un ragazzo che è stato con noi, ha scritto su Facebook: «A lui è piaciuto moltissimo, si è divertito tanto per le nuove amicizie, per le attività e per lo staff che lo ha seguito».

Per chi vuole fare un passo in più

Qualche giorno sulla neve in un gruppo nuovo

Sei turni di quattro o cinque giorni, da dicembre a marzo, a Tonezza del Cimone e senza schermi. Ogni sera i ragazzi chiamano casa dal telefono degli animatori. Nella pagina del Camp sulla Neve trovi la giornata tipo e le date dei turni.

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Camp ComeUnaVolta

Ricordi connessi al cuore, non al Wi-Fi.

Camp sulla Neve 26/27Sei turni da dicembre a marzo

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