Un bambino al buio gioca ai videogiochi con il controller, il volto illuminato dallo schermo
Videogiochi

Mio figlio è dipendente dai videogiochi: cosa fare (e cosa lasciar perdere)

Spegnere la console di colpo raramente funziona. Capire cosa cerca davvero tuo figlio nel gioco cambia le cose. Ecco da dove partire.

Camp ComeUnaVolta·Aggiornato il ·10 min di lettura

Lo chiami per cena tre volte e niente. Quando finalmente stacca ha il muso, gli occhi stanchi, la testa ancora dentro la partita. E se provi a spegnere tu, parte una scenata che sembra sproporzionata: urla, porte che sbattono, a volte le lacrime.

È una scena che conosci, e che ti lascia addosso un misto di rabbia e preoccupazione. Ti chiedi se è solo una fase o se gli sta sfuggendo di mano. Partiamo allora da una cosa che toglie un peso: quasi mai è colpa tua, e quasi mai è un semplice capriccio. Dietro quella reazione c’è un meccanismo preciso, e quando lo capisci puoi metterci mano.

Quando si parla davvero di dipendenza

Non tutti i bambini appassionati di videogiochi hanno un problema. Tanti giocano, si divertono e poi staccano senza drammi. Il campanello d’allarme suona quando il gioco prende il posto di tutto il resto.

Dal 2019 l’Organizzazione Mondiale della Sanità riconosce il Gaming Disorder come disturbo vero e proprio, e lo descrive con tre segni: il controllo sul gioco che viene meno, la priorità che il gioco prende sopra ogni altra attività, e il continuare anche quando le conseguenze sono evidenti, a scuola, nel sonno, in famiglia. Per parlare di disturbo, spiega l’OMS, i tre segni di solito devono durare da almeno dodici mesi e pesare davvero sulla scuola, sulla famiglia e sulle amicizie.

Quanto è diffuso? Una grande analisi pubblicata nel 2025, che ha messo insieme 84 studi sugli adolescenti, stima intorno all’8,6% la quota di ragazzi con un disturbo da gioco, e trova che negli anni questa quota sia cresciuta. In Italia l’Istituto Superiore di Sanità, in un’indagine fatta fra gli studenti a fine 2025, ha trovato un profilo compatibile con un disturbo da videogiochi nel 13,6% dei ragazzi fra gli 11 e i 13 anni, e in una quota più bassa fra i più grandi. Sono profili di rischio emersi da un questionario, non diagnosi, ma fanno capire quanto il problema ci tocchi da vicino.

Profilo compatibile con un disturbo da videogiochi

Ragazzi fra gli 11 e i 13 anni13,6%

Ragazzi fra i 14 e i 17 anni7,9%

Fonte: Istituto Superiore di Sanità, indagine su oltre 18.000 studenti, fine 2025

Numeri così dicono due cose insieme: che non sei l’unico genitore a viverlo, e che il fenomeno è concreto, anche se c’è chi lo liquida con un «ai miei tempi». Gli studi indicano però che il disturbo riguarda solo una piccola parte di chi gioca, e qualche settimana di partite fino a tardi, da sola, non basta per una diagnosi. Quali segnali non vanno sottovalutati lo abbiamo raccontato anche a proposito del nuovo ambulatorio del Bambino Gesù per la dipendenza digitale.

Perché spegnere la console non basta

Un videogioco è progettato per agganciare: livelli, ricompense, classifiche, premi che arrivano al momento giusto. Mentre tuo figlio gioca, il sistema della ricompensa nel cervello lavora a pieno regime e rilascia dopamina. Spegnere di colpo chiude quel flusso e lascia un vuoto fastidioso, che spinge a tornare allo schermo il prima possibile. Ecco perché togliere il dispositivo senza mettere niente al suo posto raramente regge: il vuoto resta lì e chiede di essere riempito.

C’è di più, e riguarda l’età. Uno studio pubblicato nel 2023 su Developmental Cognitive Neuroscience, che ha seguito per due anni oltre 8.000 bambini fra i 9 e gli 11 anni, ha osservato che nei preadolescenti un uso quotidiano elevato di schermi si accompagna a reti del controllo degli impulsi più deboli e a un cervello più orientato alla ricompensa immediata. Tradotto: quando urla per la console, tuo figlio spesso non ha ancora gli strumenti per frenarsi da solo. La reazione esagerata ha più a che fare con un freno che si sta ancora formando che con la cattiveria.

Cosa cerca davvero tuo figlio nel gioco

Sotto la partita ci sono tre bisogni sani, gli stessi di sempre:

  • Sentirsi capace. Nel gioco migliora, vince, supera un livello. Tocca con mano di essere bravo a qualcosa.
  • Essere riconosciuto. Una buona partita gli fa guadagnare stima agli occhi degli amici e un piccolo posto nel gruppo.
  • Appartenere. Spesso gioca proprio per stare con i compagni, anche se ognuno è a casa propria.

Il gioco glieli dà subito e senza fatica, ed è per questo che attira tanto. Quei bisogni, però, restano giusti. Il lavoro del genitore è dar loro un posto nella vita vera, dove la stessa soddisfazione arriva più lenta ma dura molto di più.

Da dove partire secondo pediatri e psicologi

Pediatri e psicologi che lavorano sulle dipendenze digitali concordano su pochi principi pratici, e alcuni li abbiamo approfonditi nella guida su come staccare tuo figlio dal telefono senza scontri:

  • Regole condivise, non calate dall’alto. Un ragazzino rispetta molto di più un limite che ha contribuito a decidere. Sedetevi e stabilite insieme tempi e momenti senza gioco, per esempio i pasti e l’ora prima di dormire.
  • Spiega il perché con parole che capisce. Lascia perdere il «perché lo dico io». Funziona meglio un «così dormi meglio e domani a scuola ci stai con la testa».
  • Sostituisci mentre togli. Uno sport, un’attività manuale, tempo all’aperto, amici in carne e ossa da vedere il pomeriggio. Più l’alternativa è pronta e concreta, meno spazio resta alla voglia di schermo.
  • Dai l’esempio. I figli imparano guardando. Posare il telefono quando si è con loro vale più di mille raccomandazioni.

Sono indicazioni che vanno nella stessa direzione delle raccomandazioni presentate nel novembre 2025 dalla Società Italiana di Pediatria, che chiede di evitare i dispositivi durante i pasti e prima di andare a dormire e di incoraggiare attività all’aperto, sport, lettura e gioco creativo. Dei tre bisogni, però, a casa ce n’è uno più difficile da soddisfare degli altri, ed è l’appartenenza. Se la sera i compagni di tuo figlio sono collegati alla stessa partita, per lui spegnere la console vuol dire restare fuori dal gruppo.

Domande frequenti sui videogiochi dei figli

Come capire se mio figlio è dipendente dai videogiochi?

L’Organizzazione Mondiale della Sanità guarda a tre segni: il controllo sul gioco che viene meno, il gioco che passa davanti a ogni altra attività e il continuare anche quando le conseguenze si vedono, a scuola, nel sonno, in famiglia. Per parlare di disturbo, di solito, i tre segni devono durare da almeno dodici mesi e pesare davvero sulla scuola, sulla famiglia e sulle amicizie.

Il disturbo riguarda solo una piccola parte di chi gioca, e qualche settimana di partite fino a tardi, da sola, non basta per una diagnosi.

Perché mio figlio si arrabbia quando spengo la console?

Mentre gioca, il sistema della ricompensa nel cervello lavora a pieno regime. Spegnere di colpo chiude quel flusso e lascia un vuoto fastidioso, che spinge a tornare allo schermo il prima possibile.

In più, a quell’età il freno sugli impulsi si sta ancora formando, e uno studio pubblicato nel 2023 ha osservato che nei preadolescenti un uso quotidiano elevato di schermi si accompagna a reti del controllo degli impulsi più deboli. Per questo la reazione esagerata ha più a che fare con un freno non ancora pronto che con la cattiveria.

È giusto togliere i videogiochi a mio figlio?

Toglierli di colpo, senza mettere niente al loro posto, raramente regge, perché il vuoto resta e spinge a tornare allo schermo. Sotto la partita ci sono bisogni sani, cioè sentirsi capace, essere riconosciuto e far parte di un gruppo, e il lavoro del genitore è dar loro un posto nella vita vera.

Pediatri e psicologi consigliano regole decise insieme, un’alternativa pronta come uno sport, il tempo all’aperto o un amico da vedere, e l’esempio di mamma e papà. La Società Italiana di Pediatria chiede in particolare di evitare i dispositivi durante i pasti e prima di andare a dormire.

Cosa facciamo noi del Camp ComeUnaVolta

Il bisogno che a casa resta più scoperto, quello di sentirsi parte di un gruppo, è proprio quello da cui partiamo noi. Dare ai bisogni veri un posto nella vita reale è il principio su cui costruiamo le nostre vacanze dal 2012. Ogni inverno, con il Camp sulla Neve, ospitiamo bambini e ragazzi dai 7 ai 15 anni per turni di quattro o cinque giorni; la base è l’Hotel Bucaneve di Tonezza del Cimone, in provincia di Vicenza, a 901 metri. Il primo giorno chi ha il telefono lo consegna agli animatori insieme a tutti gli altri e lo riprende alla partenza; tablet e console restano a casa e la TV non si accende, così per tutto il turno spariscono social, chat e videogiochi. E nessuno resta fuori da una partita, perché la partita non la gioca nessuno.

Sulla neve i tre bisogni che il gioco soddisfa in fretta trovano una versione più lenta e più piena. Il sentirsi capace arriva dalle lezioni di sci con i maestri FISI, in gruppi per livello: chi non ha mai sciato parte insieme a ragazzi che cominciano come lui e impara a stare in piedi, a frenare e a fare la prima discesa. Il riconoscimento passa dalle gare di bob e slittino e dai tornei della sera, davanti a compagni in carne e ossa. L’appartenenza la danno le camere da tre o quattro, il falò con la cioccolata calda e le amicizie con ragazzi di altre regioni, che spesso ci si porta dietro per anni.

Un gruppo di ragazzi del Camp sulla Neve in fila sugli sci durante la lezione, su una pista al sole fra gli abeti
Sugli sci la soddisfazione di saper fare una cosa arriva insieme agli altri.

Intanto tu segui tutto da vicino: ogni giorno mandiamo foto e video sul gruppo WhatsApp dei genitori, e prima di dormire tuo figlio chiama casa dal telefono degli animatori. Sono tutti maggiorenni, uno ogni 15 ragazzi al massimo; stanno con loro dalla colazione alla buonanotte e di notte sono reperibili.

Quattro o cinque giorni non bastano a spegnere la passione per i videogiochi, e non è quello che promettiamo. Bastano però a fargli scoprire che la soddisfazione della partita si può trovare anche lontano dal controller e insieme agli altri. Consuelo V. ce l’ha raccontato su Facebook: la prima cosa che i suoi ragazzi, di 10 e 12 anni, hanno chiesto a lei e al papà è stata «Ci ritorniamo a Pasqua, vero?!».

Per chi vuole fare un passo in più

Qualche giorno sulla neve per ritrovare il gusto del mondo reale

All’Hotel Bucaneve di Tonezza del Cimone i ragazzi provano soddisfazioni vere: la prima discesa con i maestri di sci, una gara di bob, amicizie nate dal vivo. Niente schermi per tutto il turno e giornate piene dalla mattina alla sera. E ogni sera ti chiamano dal telefono degli animatori. Nella pagina del Camp sulla Neve trovi la giornata tipo e i turni della stagione.

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Ricordi connessi al cuore, non al Wi-Fi.

Camp sulla Neve 26/27Sei turni da dicembre a marzo

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